Pioggia sul bagnato

Un contributo del Dott. Antonio Melotto, socio-fondatore di World Friends e responsabile Community-Based Rehabilitation Program

È un sabato di inizio maggio, ben più piovoso del solito. Nella notte c’è stato un diluvio senza sosta, mi sono svegliato più volte al battere incessante della pioggia.
Questa mattina il tambureggiare copre il quotidiano rumore del traffico della Thika Road: non è un buon segno.

Nelle baraccopoli l’acqua e il fango hanno invaso le strade, è impossibile spostarsi, anche solo per bervi tratti. Questi agglomerati sono situati in avvallamenti del terreno, tra una collina e l’altra, quasi a nascondere la povertà al passante che non deve essere turbato dalla loro visione. Logico che in queste depressioni si raccolga tutta l’acqua piovana: lo strato di fango, dopo due settimane di pioggia, non assorbe più, non c’è drenaggio. L’acqua e i liquami stagnanti minacciano epidemie di tifo e di colera che colpiranno, ancora una volta, i più poveri tra i poveri.

Esco dalla guest house per andare in reparto a controllare i pazienti. Continua a piovere, per fortuna con minore intensità ora, il vialetto che conduce al reparto è una pozzanghera unica, in alcuni tratti il fondo è ricoperto da un sottile strato di fango rossiccio, fine come il talco, scivoloso.

Ho saputo dagli infermieri che mi sta cercando la mamma di Laikisha, una bambina nata prematura che sto trattando per piede torto dal dicembre scorso. Da ieri è ricoverata in seguito alla comparsa di crisi epilettiche. La piccola era già stata ricoverata due settimane fa per una broncopolmonite, poi guarita e dimessa. Ora è rientrata, la causa delle crisi deve essere chiarita. Questi bambini nati prematuri hanno sempre problemi nei primi mesi di vita, a causa della scarsa maturazione dei polmoni e del sistema nervoso. Per fortuna il piede torto è curabile facilmente con i gessi correttivi e successivamente con l’ausilio di tutori ortopedici sino ai due-tre anni di vita. Fondamentale è la collaborazione delle madri per il follow-up dei piccoli pazienti: in questo caso la mamma di Laikisha ha seguito le indicazioni ed ha sempre rispettato i tempi dei controlli clinici. Oggi le ho applicato un tutore di una misura maggiore, la bambina sta crescendo e quello che aveva era ormai un po’ sottodimensionato. Ora il nuovo tutore è più confortevole ed il piedino calza bene nella scarpa in posizione correttiva. Il prossimo appuntamento per controllo ortopedico sarà tra un mese. Intanto è in trattamento farmacologico e da 24 ore gli attacchi non si sono ripetuti, speriamo bene…

Mi reco quindi al letto di Boniface, un uomo di trentacinque anni, operato giovedì per una ferita dell’avambraccio avventa quaranta giorni fa in seguito ad un’aggressione a scopo di rapina. Aveva cercato di proteggersi la testa da un colpo di machete che ha provocato un profondo taglio con lesioni tendinee multiple. All’esplorazione chirurgica i tendini estensori della mano e del polso erano recisi di netto. Li ho trovati avvolti da spesso tessuto cicatriziale, è stato difficoltoso individuarli. La gravità della lesione mi ha costretto a fare un innesto di tendini prelevati dai muscoli flessori indenni. Alla fine, il risultato mi ha soddisfatto, il paziente accenna ad estendere le dita. Ora bisogna rispettare i tempi della cicatrizzazione che darà stabilità ai tendini con possibilità di usare nuovamente la mano nelle attività quotidiane.

Boniface mi racconta che dove lui vive l’acqua ha allagato il piano terreno delle abitazioni, solo quelli che vivono in case in muratura a due piani possono stare all’asciutto al piano superiore, condiviso con coloro che già ci abitano. Per gli altri che vivono in semplici baracche è una lotta continua contro i liquami ed il fango.
Ho intenzione di dimetterlo lunedì, lui è d’accordo, anche perché deve occuparsi del piccolo commercio di cibo da strada che gestisce: la sua unica fonte di guadagno. Intanto resta qualche giorno all’asciutto, si lava con acqua pulita e riceve cibo nutriente e buono.

Continua a piovere, ora si sentono anche tuoni ripetuti, il cielo si è fatto più grigio, gonfio di pioggia, non fa sperare niente di buono. Penso ai bambini chiusi nelle baracche, i tetti gocciolanti acqua, fango dappertutto, assoluta mancanza di igiene: abbandonati al loro destino di desolazione nella povertà.

Piove sul bagnato…

In queste condizioni uscire per procurarsi cibo è difficile anche per un adulto, figurarsi per venire in ospedale in caso di bisogno. A questa difficoltà si aggiunge uno sciopero dei medici degli ospedali pubblici che dura da più di due mesi: quanti pazienti abbiamo visto in queste settimane, rifiutati dagli altri ospedali! E anche qui piove sul bagnato: chi paga il prezzo di questo sciopero? Ancora una volta i poveri, infatti i ricchi e una piccola parte della classe media si possono rivolgere alla sanità privata che sta facendo affari in questo periodo. Non voglio entrare nel merito delle istanze di sciopero ma l’etica impone comunque un minimo di cure essenziali per le persone bisognose di assistenza.

Venerdì scorso ho ricevuto e trattato due pazienti con gravi ferite alle mani e amputazioni di dita, rifiutati da altri ospedali. Uno di loro, Samuel, è arrivato a noi dopo mezza giornata di inutili tentativi in sei strutture pubbliche che l’hanno rifiutato, con la mano sinistra sanguinante, amputata del pollice. Una misera medicazione, nulla di più, e rimesso in strada con la scusa che non era una questione di sopravvivenza. Mi chiedo che lavoro manuale potrà fare il poveretto senza il pollice, per sopravvivere dignitosamente.

Continua a piovere…

Ora sto vedendo James, il ragazzo operato per peritonite da appendicite acuta giovedì scorso. Adesso sta bene, dopo un paio di giorni di preoccupazioni nel postoperatorio. Ho aiutato volentieri Gianfranco nell’intervento, anche perché in chirurgia generale ho mosso i primi passi da giovane medico: mi è sempre rimasta nel cuore e quando sono qui non perdo occasione di praticarla con il mio grande amico.

Ecco un altro violento scroscio di pioggia…

Sono costretto ad alzare la voce per parlare con James: oggi ti mettiamo seduto, fuori dal letto ed inizi ad alimentari per bocca. Lui mi guarda e sorride. È uno dei ragazzi di strada recuperati dalla comunità di padre Maurizio, Comboniano, amico di vecchia data.

Mi sposto di camera per controllare Violet, operata ieri per frattura al ginocchio, la medico e tolgo il drenaggio: è una donna di poche parole, composta nei gesti, non si lamenta anche se so che prova dolore. Alla mia domanda su come sta risponde sempre fine. Lei viene da Mathare, una delle baraccopoli più colpite dalla massa di acqua e fango. 

Gli altri pazienti non hanno problemi particolari, vado in ambulatorio a controllare una donna con frattura della spalla. È scivolata sul fango di fronte a casa. Cammino sotto la tettoia che porta alla sala gessi: il rumore è assordante, come se piovese grandine. Mary, l’infermiera, le ha già ben immobilizzato la spalla e la paziente è pronta per tornare a casa.

Torno in reparto a controllare Laikisha, il tutore è ben tollerato, la madre è tranquilla.

Con la pioggia insistente è scesa la temperatura, i pazienti sono sotto le coperte, al caldo.

Warren, il bambino con tubercolosi, denutrito, nostra vecchia conoscenza, sta dormendo. Non voglio svegliarlo, la madre dice che sta bene. Da quando è qui ha guadagnato cinque chili di peso, ha ripreso a camminare sorretto dal deambulatore. L’ho incontrato tre settimane fa, mi aveva colpito la sua magrezza, la quasi assenza di muscolatura che lo confinava in un angolo della carrozzina tanto era magro. Però non aveva perso quel suo largo sorriso, che attraversava il suo viso minuto, quasi da un orecchio all’altro. Mi ha raccontato una brutta storia: ha abbandonato la scuola a causa dello stigma da parte degli insegnanti e degli stessi compagni. Si sentiva isolato, gli stessi insegnanti avevano consigliato ai genitori di iscriverlo ad una “special school”, non sentendosi loro in grado di assisterlo, Sentendo questa storia dalle sue labbra mi è venuto un brivido di ghiaccio dentro, allo stomaco. Ma come è possibile, con tutto quello che abbiamo fatto finora per agevolare la sua inclusione in ambiente scolastico! Con le nostre cure l’avevamo rimesso in piedi, lo scopo era permettergli il ritorno e il recupero della socialità assieme ai bambini “normali”, nel contesto di un aiuto reciproco di cui avrebbero beneficiato tutti, lui, i compagni di scuola e gli insegnanti. E dire che eravamo riusciti a conquistare la fiducia della madre, all’inizio assai scettica sulle possibilità di ripresa del figlio…È stata una grande delusione, Ma quando l’avremo rimesso di nuovo in forze troveremo la scuola alla quale indirizzarlo. Warren è un ragazzino intelligente, sa usare lo smartphone con disinvoltura, di sicuro molto meglio di me (ci vuole poco). Ora è praticamente la sua unica possibilità di contatto con il mondo esterno.

Intanto la pioggia ha scandito i giorni: da un mese si porta via le vite dei poveri, non sappiamo e non sapremo mai esattamente quanti bambini, quanti anziani sono scomparsi in queste inondazioni.

C’è bisogno di tutto: cibo, acqua pulita, medicinali, coperte, bonifica dai liquami e dal fango. World Friends sta già dando il suo contributo organizzando dei Medical Camps nelle zone delle baraccopoli accessibili: il nostro agire non è solo rivolto alla cura delle persone fisiche ma anche a portare un messaggio di solidarietà e di calore umano a chi soffre nell’isolamento della povertà.

Se puoi, contribuisci anche tu e sostieni la nostra azione per contrastare le conseguenze dell’emergenza. DONA ORA

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