To Be Free – Health Inside the Walls: salute e diritti per le persone detenute con tubercolosi e HIV
Gli obiettivi:
Il progetto To Be Free – Health Inside the Walls vuole garantire a ogni persona detenuta nelle carceri keniane un accesso equo a servizi di qualità per la prevenzione, la diagnosi e la cura della tubercolosi (TB) e dell’HIV, indipendentemente da genere, età o condizione sociale. Dura 36 mesi, da agosto 2026 ad agosto 2029. L’intervento si svolge in sei istituti penitenziari maschili, femminili e minorili nelle contee di Nairobi, Kiambu, Kilifi e Mombasa e coinvolge direttamente oltre 10.500 persone tra detenuti, detenute, personale penitenziario e bambini che vivono in carcere con le loro madri.
Il progetto contribuisce alla lotta globale contro AIDS e tubercolosi e al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile n. 3 (Salute e benessere) e n. 16 (Pace, giustizia e istituzioni solide). Adotta un approccio fondato sui diritti umani, attento al genere e ai traumi vissuti, e riconosce alle persone detenute un ruolo attivo nella tutela della propria salute e di quella della comunità.
Il contesto:
In Kenya la popolazione carceraria è cresciuta del 23% in due anni e nel 2024 ha raggiunto circa 210.000 persone. Sovraffollamento, scarsa ventilazione, alimentazione inadeguata e strumenti diagnostici insufficienti rendono le carceri uno degli ambienti più esposti alla diffusione delle malattie infettive. Tra la popolazione detenuta la tubercolosi è oltre dieci volte più diffusa che nel resto del Paese. Uno studio recente, condotto nel carcere di Shimo La Tewa a Mombasa, ha rilevato la tubercolosi in una persona su dieci tra i detenuti con sintomi sospetti, e tutti i casi erano anche positivi all’HIV. Nel carcere femminile di Thika la presenza dell’HIV raggiunge l’11%, a fronte di una media nazionale del 3,7%.
Molte barriere impediscono una risposta efficace. I test vengono spesso inviati a laboratori esterni, i farmaci scarseggiano e il personale non riceve una formazione aggiornata. Stigma e discriminazione scoraggiano le persone dal sottoporsi al test, e il diritto alla riservatezza e al consenso informato non sempre è rispettato. Il supporto psicologico è quasi assente: in media c’è un solo operatore ogni mille detenuti. Le donne affrontano rischi ancora maggiori. Sono esposte alla violenza sessuale e di genere, hanno pochi strumenti per denunciarla e incontrano ostacoli nell’accesso ai servizi per prevenire la trasmissione dell’HIV da madre a figlio. Dopo il rilascio, inoltre, molte persone interrompono le cure perché mancano collegamenti con i servizi sanitari del territorio e reti familiari e sociali su cui contare. Per questo una risposta efficace deve unire il rafforzamento dei servizi sanitari alla tutela dei diritti, alla riduzione dello stigma, al supporto psicologico e alla continuità delle cure dopo la detenzione.
Le attività:
Il progetto agisce su due fronti complementari. Da un lato rimuove le barriere sociali, di genere e legate ai diritti che limitano l’accesso alle cure. Dall’altro rafforza servizi sanitari e psicosociali integrati, durante la detenzione e dopo il rilascio.
- Ricerca e innovazione nella diagnosi. L’Università del Piemonte Orientale conduce studi che accompagnano tutto il progetto. Verifica quanto sia fattibile e accettabile, in carcere, la diagnosi della tubercolosi tramite tampone orale rispetto al tradizionale esame dell’espettorato. Sperimenta inoltre l’autotest orale per l’HIV e il test rapido combinato per HIV e sifilide. I risultati orienteranno formazione, protocolli e azioni di advocacy e saranno diffusi attraverso tesi di specializzazione e articoli scientifici.
- Servizi sanitari più forti negli istituti. Il progetto riabilita e attrezza tre laboratori e tre centri sanitari penitenziari, fornisce farmaci, attrezzature e materiali di laboratorio a tutte e sei le strutture e organizza 36 campagne mediche per lo screening di tubercolosi e HIV. Vengono formati 75 operatori sanitari e 45 membri del personale non sanitario sulla diagnosi, la cura e la continuità del trattamento. Al momento del rilascio, ogni persona in terapia riceve una scorta di farmaci antiretrovirali per un mese, profilattici e una lettera di invio ai servizi sanitari della propria zona. Per migliorare l’alimentazione, fondamentale per chi convive con queste malattie, nascono due orti e piccoli allevamenti di polli e conigli gestiti dagli stessi gruppi di detenuti.
- Educazione tra pari e consapevolezza dei diritti. Centoventi persone detenute che convivono con l’HIV vengono formate come promotori di salute tra pari. Insieme alle équipe di progetto guidano 144 incontri di sensibilizzazione su prevenzione, riconoscimento dei sintomi e superamento dello stigma, raggiungendo migliaia di compagni e compagne. Con l’organizzazione keniana Kituo Cha Sheria, 150 detenuti e 30 agenti vengono formati come assistenti legali. Il loro compito è diffondere la conoscenza del diritto alla salute e dei meccanismi per segnalare abusi, discriminazioni e violenze, comprese quelle di genere.
- Supporto psicologico e reinserimento dopo il rilascio. Con CEFA vengono definiti protocolli operativi per il supporto psicosociale e il reinserimento, validati dal Servizio Penitenziario Keniano, e 240 agenti vengono formati per applicarli. In carcere nascono 10 gruppi di sostegno, con 150 partecipanti, affiancati da corsi professionali, formazione su gestione economica e piccoli prestiti per avviare attività generatrici di reddito. Dopo il rilascio, 100 persone con tubercolosi o HIV vengono accompagnate nel ritorno in famiglia e nella comunità, collegate ai servizi sanitari e sostenute nell’inserimento lavorativo, anche con kit di attrezzi professionali.
- Dialogo con le istituzioni e advocacy. In tre forum organizzati a Nairobi, Kilifi e Mombasa, rappresentanti del sistema penitenziario, della giustizia e della sanità si confrontano su diritto alla salute, protezione delle persone detenute e prevenzione della violenza di genere. Un tavolo tecnico tra istituzioni e società civile elabora raccomandazioni per aggiornare linee guida e protocolli nazionali. Queste raccomandazioni verranno presentate in una conferenza nazionale conclusiva, con l’obiettivo di rendere i risultati del progetto patrimonio stabile del sistema sanitario e penitenziario keniano.
