Lettera a Jeremy

Antonio Melotto, responsabile progetto disabilità World Friends

Nairobi, Neema Hospital, 2 novembre 2024

Un mese di vita. Ti ho visto oggi in tarda mattinata all’ ambulatorio di pediatria. Piccolo, magro ma non denutrito. Due occhi grandi. Ti ho accarezzato la guancia con un dito, hai risposto al mio sorriso. Non mi capita quasi mai al primo approccio con i miei piccoli pazienti: sono spaventati e il pianto è una reazione comune. In te c’era qualcosa di diverso dagli altri bambini, Oggi non so ancora come definirla quella sensazione. Poi mi hanno raccontato la tua storia.

Sei stato trovato in una busta di plastica, abbandonato dopo il parto, nei pressi del Garden City, un centro commerciale a poche centinaia di metri dal nostro ospedale. Spesso ci vado a fare la spesa. Nel giardino del parcheggio c’è un vasto spazio riservato al gioco dei bambini, con altalene e gonfiabili. Un luogo di divertimento che poteva essere la tua tomba se non fosse stato per quella persona che ha aperto il sacchetto da cui proveniva una specie di miagolio. Pensava di trovarci un gattino da portarsi a casa ma ha trovato te, un cucciolo umano, allo stremo delle forze.

Curioso, ho pensato a questo punto del racconto, qui in Kenya questi sacchetti sono stati messi al bando per ragioni di difesa ambientale ormai da qualche anno. Già sull’ aereo in arrivo a Nairobi ti avvertono di non entrare nel Paese con quei contenitori di plastica. Comunque, quel sacchetto ti ha salvato, rallentando il processo di raffreddamento che per te sarebbe stato fatale se si fosse protratto ancora per poco.

Sei stato portato subito da noi. Eri in condizioni critiche, freddo e cianotico, probabilmente avevi passato buona parte della notte là fuori. Sei stato affidato alle cure di Maria Vittoria, la nostra pediatra, e assistito giorno e notte dalle infermiere del reparto: in venti giorni ti sei completamente ristabilito.

Tolta la tutina con cui eri vestito il tuo problema era evidente al primo sguardo perché avevi due “piedi torti”!

Il piede torto è presente alla nascita e, quando trascurato, porta a grave disabilità. È la causa maggiore di disabilità fisica in tutto il continente africano. Infatti, se non trattata tempestivamente, durante la crescita e con la scorretta e difficoltosa deambulazione che implica, la malformazione peggiora al punto tale che per curarla si è costretti a ricorrere ad interventi chirurgici correttivi complessi e costosi, spesso del tutto inaccessibili a persone provenienti dagli ambienti più poveri, come le baraccopoli. Inoltre, in contesti di estrema povertà culturale ed economica come questi, un bambino con i piedi torti diviene spesso vittima dello stigma ed emarginato. Così, molti di loro non andranno a scuola, non avranno una vita sociale, resteranno confinati in baraccopoli nella solitudine della povertà.

Al Neema Hospital abbiamo iniziato da una decina di anni il trattamento di questa malformazione già dal giorno dopo la nascita applicando al bambino una serie di gessi che vengono cambiati ogni settimana correggendo progressivamente il piede a ogni rinnovo, portandolo in circa sei settimane in posizione normale. Si evitano così i pesanti interventi chirurgici cui si era costretti frequentemente a ricorrere negli anni precedenti.

Ti ho applicato subito il primo gesso e conto di completare il trattamento in sei settimane, poi i nostri fisioterapisti ti applicheranno un tutore che dovrai portare sino ai 4-5 anni di vita. Questo è il programma stabilito dall’ideatore di questo trattamento, il dr. Ponseti.

Perché sei stato abbandonato? Probabilmente per il tuo difetto fisico. Secondo le credenze diffuse un bambino malformato è una punizione divina per il cattivo comportamento della madre, o un intervento diretto del diavolo o frutto di qualche maleficio operato da streghe e stregoni.

È una grande sfida far accettare la disabilità in tutte le culture, compresa la nostra di “paesi ricchi”.

Nairobi, aeroporto JKIA, 15 dicembre 2024

Sono in attesa dell’aereo che mi riporterà a casa, intorno a me tante giovani coppie con bambini che scorrazzano rincorrendosi tra i sedili, altri che dormono profondamente in braccio ai genitori. E penso a te, Jeremy.

Mi sei rimasto nel cuore.

Ti ritroverò in orfanatrofio alla prossima missione in aprile?

Ti rivedrò accompagnato dai tuoi genitori adottivi?

Ti auguro di ricevere tutto l’amore e le attenzioni che ogni bimbo merita.

E per il futuro che tu viva senza porti domande sul tuo passato che potrebbero farti male.