La salute è un’area dove si intrecciano varie dimensioni, la dimensione sociale, ambientale, geopolitica e che ha ripercussioni su tutto il mondo e quindi abbiamo bisogno di politiche di cooperazione sanitarie forti e in grado di far sì che il diritto alla salute sia sempre di più un diritto per tutti e per tutte anche per le popolazioni vulnerabili.”

È così che Stefania Burbo, focal point del Network italiano Salute Globale di cui facciamo parte ha introdotto la conferenza stampa che si è svolta presso la Camera dei Deputati per parlare di One health, cooperazione e interconnessione tra cambiamento climatico e diritto alla salute globale.

Durante la conferenza è stato presentato, il policy paper “Salute globale e One Health: le sfide della crisi climatica”, realizzato dal Network italiano Salute Globale e da Aidos-Associazione italiana Donne per lo Sviluppo, per approfondire il nesso fra gli effetti del cambiamento climatico e il diritto alla salute globale, con interventi di persone esperte e le testimonianze dal campo di alcune organizzazioni della società civile (Osc) che aderiscono al Network come la nostra.

Dal report emerge l’importanza dell’approccio One Health per garantire la piena attuazione del diritto alla salute globale. Si tratta di progettare una strategia integrata che esplori le interazioni tra ambiente, salute umana e salute animale, per promuovere una collaborazione intersettoriale e affrontare sfide complesse. come la resistenza antimicrobica nella cura di alcune malattie e il degrado ambientale in cui vivono molte persone, specie animali e vegetali.

Con il nostro lavoro in Kenya sperimentiamo tutti i giorni quanto è importante l’approccio di One Health dove la salute animale, ambientale, e dell’ecosistema devono essere interconnesse con la salute umana. Il medico, soprattutto per le nuove generazioni, non dovrebbe essere solo uno specialista, un tecnico ma soprattutto un medico sociale: devi conoscere la tua terra, da dove vengono i tuoi pazienti, i loro background e devi essere cosciente di cosa sono i determinanti sociali della salute come un lavoro stabile e non precario, un’istruzione adeguata, una casa dignitosa, l’accesso all’acqua potabile, a Nairobi per esempio si calcola che il 48% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile.”

Così che è intervenuto il dottor Gianfranco Morino, nostro socio e fondatore, rispetto al tema trattato.

Ha poi proseguito: “A Nairobi, vige un vero e proprio modello di apartheid della salute, dominato dalla sanità privato, un sistema diseguale e che è privilegio di pochi: solo a Nairobi gli abitanti sono circa 5 milioni e sembra che la sanità risulti adeguata e pienamente accessibile a sole 300.000 persone. Il nostro lavoro è far sì che la salute diventi un diritto il più possibile diffuso, secondo il concetto dell’Universal Health Coverage. Questo è un lavoro che parte sul territorio, con la costruzione di una rete di medicina territoriale e salute pubblica. La nostra attività si concentra soprattutto nelle baraccopoli a nord-est di Nairobi: un’area abitata da circa un milione di persone, il 65% della popolazione di Nairobi. La più conosciuta è Korogocho, con 100.000 abitanti concentrati in un solo chilometro quadrato. Siamo presenti anche in aree in Kenya, come le terre Maasai e la zona di Kilifi, dove si è appena concluso un progetto del Global Fund per la lotta alla malaria.

In tutti questi luoghi sperimentiamo quotidianamente gli effetti del cambiamento climatico: l’aumento delle temperature favorisce la diffusione dell’Anopheles, la zanzara responsabile delle diverse forme di malaria. Ma stiamo osservando anche un incremento di altre malattie, come la dengue e lo Zika, che vengono trasmesse da vettori diversi, anch’essi in crescita a causa dei mutamenti climatici.

Operiamo nell’Africa rurale, tra i villaggi Maasai, con cliniche mobili che coprono 15 aree remote al confine con la Tanzania in un ciclo di 45 giorni. I cambiamenti climatici sono evidenti: un mese prima il suolo è arido e polveroso, gli uomini sono lontani con le mandrie in cerca di pascoli, restano solo donne, bambini e anziani; il mese dopo, le piogge torrenziali spazzano via interi villaggi. Questo provoca un aumento di gastroenteriti ed epidemie.

Anche nelle baraccopoli non esiste una ‘stagione media’: si alternano periodi di polvere estrema, che aggravano le malattie respiratorie, a fasi di fango e umidità, che scatenano colera e infezioni gastrointestinali. E non possiamo dimenticare il grande capitolo delle malattie non comunicabili, che si aggiungono a questo quadro complesso.

Concludendo: “Sono tantissimi i determinanti sociali della salute per non parlare di quelli commerciali ma si trovano tutti al di sotto dei macro determinanti che ad oggi sono principalmente due: il cambiamento climatico, e adesso in maniera sempre più preponderante purtroppo, la guerra.”

Nel report presentato emerge da parte delle Osc riunite nel Network l’importanza di: promuovere politiche di salute globale di lungo periodo per rafforzare i sistemi sanitari pubblici e di comunità̀, garantendone l’operatività̀ nell’ambito della prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie; continuare a sostenere il Global Fund nell’anno del suo ottavo processo di rifinanziamento, quale principale donatore multilaterale nella lotta contro Aids, tubercolosi e malaria, nonché nel rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali e comunitari; rispettare gli impegni sul clima presi nei fora multilaterali e internazionali, per una transizione energetica equa anche per la salute pubblica.

Politiche sanitarie che non prevedono piani di resilienza climatica, così come politiche climatiche che trascurano le implicazioni per la salute sono destinate a fallire” – ha dichiarato Stefania Burbo, focal point del Network italiano Salute Globale – “per questo chiediamo all’Italia di proseguire lo storico impegno per la salute globale, in un momento in cui l’intensificarsi dei conflitti armati aumenta le diseguaglianze nell’accesso al diritto alla salute”.

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